UGO FOSCOLO - LEZIONE SUI TESTI

L’incontro tra Jacopo Ortis e Parini

Dalla delusione politica alla religione delle illusioni

1. Prima di leggere: perché questo brano è decisivo

Nel romanzo epistolare Le ultime lettere di Jacopo Ortis, Jacopo non è semplicemente un giovane innamorato infelice. È un uomo spezzato da due fallimenti: quello privato, legato a Teresa, e quello storico-politico, legato alla patria tradita dopo Campoformio. Per questo l’incontro con Giuseppe Parini diventa un momento centrale: non è una scena decorativa, ma un confronto tra due modi di stare davanti alla storia.

Da una parte c’è Jacopo, giovane, ardente, assoluto: vorrebbe agire, sacrificarsi, lasciare un segno. Dall’altra c’è Parini, anziano, malato, ma moralmente integro: ha visto abbastanza per sapere che la passione politica, quando entra nel meccanismo del potere, può trasformarsi in violenza, servitù o tirannide.

2. La scena: due corpi e due visioni del mondo

Foscolo costruisce la scena con grande intelligenza narrativa. Parini cammina appoggiandosi al bastone e al braccio di Jacopo: il suo corpo è fragile, ma la sua parola è ancora fortissima. Jacopo, invece, è fisicamente giovane, ma interiormente già consumato. La contrapposizione è evidente: la vecchiaia di Parini è dignità; la giovinezza di Jacopo è ferita aperta.

Parini rappresenta la lucidità etica: denuncia la corruzione, ma non cede al furore cieco.

Jacopo rappresenta la passione assoluta: non sopporta il compromesso e vede nella morte una possibile risposta.

Il dialogo non risolve il conflitto: lo rende più consapevole. È proprio questa la sua forza.

3. Il tema politico: la libertà tradita

Il punto di partenza è la delusione storica. Jacopo ha creduto nella possibilità che Napoleone portasse libertà e unità. Il trattato di Campoformio, con la cessione di Venezia all’Austria, distrugge questa speranza. La libertà, invece di nascere, viene sacrificata negli accordi tra potenze.

Parini non è meno indignato di Jacopo. Anche lui condanna la decadenza morale della patria: le lettere prostituite, le passioni degradate, la corruzione dei costumi. Ma la sua risposta è diversa. Non basta ribellarsi: bisogna chiedersi che cosa accade quando l’ideale entra nella storia concreta. Qui Parini diventa il personaggio più severo e più moderno del brano.

4. Il discorso di Parini: la critica dell’eroismo politico

Parini smonta l’illusione eroica di Jacopo. Non lo fa per vigliaccheria, ma per esperienza. Gli mostra che l’uomo politico, anche quando parte da intenzioni nobili, può diventare strumento di fazioni, vittima dei potenti o, peggio, nuovo tiranno. Il problema non è solo conquistare la libertà; è non tradirla mentre la si conquista.

La gloria degli eroi dipende anche dalla sorte e dai delitti, non solo dal valore.

La rivoluzione può chiedere sangue, terrore, guerra civile.

La folla giudica spesso dai risultati, non dalla moralità delle azioni.

Il potere può corrompere anche chi nasce filosofo e difensore della giustizia.

5. Jacopo: amore, patria e desiderio di morte

Dopo l’ammonimento politico, Jacopo non resta sul piano pubblico. Racconta a Parini la propria disperazione: Teresa, la madre, la tentazione del suicidio, la speranza ancora viva di servire la patria. In lui tutto è legato: amore, politica, identità, morte. Jacopo non riesce a separare la vita privata dalla storia, perché vive ogni perdita come prova di un fallimento universale.

Qui si vede il Foscolo delle grandi fratture: l’esilio, la patria perduta, l’amore impossibile, il sepolcro come orizzonte. Jacopo non trova un ordine nel mondo; cerca un valore assoluto, ma la realtà gli restituisce tradimento, impotenza e vuoto.

6. Aggancio alla “religione delle illusioni”

Questo brano prepara il cuore della visione foscoliana. Se il mondo è dominato da materia, forza, potere e morte, l’uomo rischia di precipitare nel nulla. Foscolo non risolve il problema con una fede religiosa tradizionale. La sua risposta è un’altra: costruire illusioni alte, cioè valori creati dagli uomini ma necessari per vivere con dignità.

Le illusioni presenti nel brano

Illusione

Nel brano

Funzione

Patria

Jacopo spera ancora di “tentare la libertà della patria”.

Dà uno scopo alla vita, anche quando tutto sembra perduto.

Gloria

Jacopo immagina il sacrificio e la fama futura.

Promette una sopravvivenza nella memoria, ma può diventare pericolosa.

Affetti

Teresa e la madre trattengono Jacopo dal nulla.

Rendono umano il dolore e lo legano agli altri.

Sepolcro e memoria

Il pensiero dei grandi morti e dei sepolcri attraversa l’inizio del brano.

Unisce vivi e morti e trasforma la morte in valore civile.

7. Ortis e Parini: confronto sintetico

Aspetto

Jacopo Ortis

Parini

Età simbolica

Giovinezza ferita, energia tragica.

Vecchiaia dignitosa, esperienza morale.

Politica

Slancio patriottico assoluto; desiderio di azione.

Lucidità amara; diffidenza verso violenza e potere.

Libertà

Ideale per cui si può anche morire.

Valore altissimo, ma impossibile se imposto dallo straniero o dal terrore.

Dolore

Diventa disperazione e tentazione di morte.

Diventa giudizio morale e responsabilità.

Funzione nel romanzo

Mostra l’uomo travolto dalle passioni e dalla storia.

Obbliga Jacopo a vedere i rischi del suo stesso eroismo.

8. Stile e forma del brano

La prosa di Foscolo è alta, nervosa, teatrale. Non racconta in modo neutro: trasforma il dialogo in una scena drammatica. Le frasi si caricano di interrogazioni, esclamazioni, immagini forti, pause improvvise. La lingua segue l’animo di Jacopo: quando la passione cresce, anche il periodo diventa più acceso e impetuoso.

Lessico elevato e solenne: “patria”, “virtù”, “gloria”, “sepolcro”, “tirannide”.

Tono oratorio: il dialogo sembra quasi un’arringa civile e morale.

Contrasti forti: giovinezza/vecchiaia, fuoco/misura, azione/lucidità, libertà/potere.

Dimensione tragica: nessuno dei due personaggi possiede una soluzione definitiva.

9. Conclusione: che cosa devono portarsi a casa gli studenti

10. Domande guida per lo studio

Perché Foscolo sceglie Parini come interlocutore di Jacopo?

In che cosa Jacopo e Parini sono simili? In che cosa sono opposti?

Quale giudizio sul potere emerge dal discorso di Parini?

Perché il tema della patria si lega al tema della morte?

In che modo il brano anticipa la “religione delle illusioni”?

Quali elementi dello stile rendono il dialogo drammatico e solenne?

Schema finale

Testo

Nodo del percorso

Temi

Senso complessivo

Ortis - incontro con Parini

Fratture biografiche + immagine del mondo

Patria, libertà, disillusione, sepolcro, memoria

La passione politica è necessaria, ma può diventare cieca: l’uomo deve cercare valori senza ignorare la violenza della storia.

Testo originale: L'incontro con Parini

Presso a que' marmi mi parea di rivivere in quegli anni miei fervidi, quand'io vegliando su gli scritti de' grandi mortali mi gittava con la immaginazione fra i plausi delle generazioni future. Ma ora troppo alte cose per me! - e pazze forse. La mia mente è cieca, le membra vacillanti, e il cuore guasto qui - nel profondo.

Ritienti le commendatizie di cui mi scrivi: quelle che mi mandasti io le ho bruciate. Non voglio più oltraggi, né favori da veruno degli uomini potenti. L'unico mortale ch'io desiderava conoscere era Vittorio Alfieri; ma odo dire ch'ei non accoglie persone nuove: né io presumo di fargli rompere questo suo proponimento che deriva forse da' tempi, da' suoi studj, e più ancora dalle sue passioni e dall'esperienza del momdo. E

fosse anche una debolezza, le debolezze di sì fatti mortali vanno rispettate; e chi n'è senza, scagli la prima pietra.

Jer sera dunque io passeggiava con quel vecchio venerando nel sobborgo orientale della città sotto un boschetto di tigli. Egli si sosteneva da una parte sul mio braccio, dall'altra sul suo bastone: e talora guardava gli storpj suoi piedi, e poi senza dire parola volgevasi a me, quasi si dolesse di quella sua infermità, e mi ringraziasse della pazienza con la quale io lo accompagnava. S'assise sopra uno di que' sedili ed io con lui:

il suo servo ci stava poco discosto. Il Parini è il personaggio più dignitoso e più eloquente ch'io m'abbia mai conosciuto; e d'altronde un profondo, generoso, meditato dolore a chi non dà somma eloquenza? Mi parlò a lungo della sua patria, e fremeva e per le antiche tirannidi e per la nuova licenza. Le lettere prostituite; tutte le passioni languenti e degenerate in una indolente vilissima corruzione: non più la sacra ospitalità, non la benevolenza, non più l'amore figliale - e poi mi tesseva gli annali recenti, e i delitti di tanti uomiciattoli ch'io degnerei di nominare, se le loro scelleraggini mostrassero il vigore d'animo, non dirò di Silla e di Catilina, ma di quegli animosi masnadieri che affrontano il misfatto quantunque e' si vedano presso il patibolo - ma ladroncelli,

tremanti, saccenti - più onesto insomma è tacerne. - A quelle parole io m'infiammava di un sovrumano furore, e sorgeva gridando: Ché non si tenta? morremo? ma frutterà dal nostro sangue il vendicatore. - Egli mi guardò attonito: gli occhi miei in quel dubbio chiarore scintillavano spaventosi, e il mio dimesso e pallido aspetto si rialzò con aria minaccevole - io taceva, ma si sentiva ancora un fremito rumoreggiare cupamente dentro il mio petto. E ripresi: Non avremo salute mai? ah se gli uomini si conducessero sempre al fianco la morte, non servirebbero sì vilmente. - Il Parini non apria bocca; ma stringendomi il braccio, mi guardava ogni ora più fisso. Poi mi trasse, come accennandomi perch'io tornassi a sedermi: E pensi, tu, proruppe, che s'io discernessi un barlume di libertà, mi perderei ad onta della mia inferma vecchiaja in questi vani lamenti? o giovine degno di patria più grata! se non puoi spegnere quel tuo ardore fatale, ché non lo volgi ad altre passioni?

Allora io guardai nel passato - allora io mi voltava avidamente al futuro, ma io errava sempre nel vano e le mie braccia tornavano deluse senza pur mai stringere nulla; e conobbi tutta tutta la disperazione del mio stato. Narrai a quel generoso Italiano la storia delle mie passioni, e gli dipinsi Teresa come uno di que' genj celesti i quali par che discendano a illuminare la stanza tenebrosa di questa vita. E alle mie parole e al mio pianto, il vecchio pietoso più volte sospirò dal cuore profondo. - No, io gli dissi, non veggo più che il sepolcro: sono figlio di madre affettuosa e benefica; spesse volte mi sembrò di vederla calcare tremando le mie pedate e seguirmi fino a sommo il monte, donde io stava per diruparmi, e mentre era quasi con tutto il corpo abbandonato nell'aria - essa afferravami per la falda delle vesti, e mi ritraeva, ed io volgendomi non

udiva più che il suo pianto. Pure s'ella - spiasse tutti gli occulti miei guai, implorerebbe ella stessa dal Cielo il termine degli ansiosi miei giorni. Ma l'unica fiamma vitale che anima ancora questo travagliato mio corpo, è la speranza di tentare la libertà della patria. - Egli sorrise mestamente; e poiché s'accorse che la mia voce infiochiva, e i miei sguardi si abbassavano immoti sul suolo, ricominciò: - Forse questo tuo furore di gloria potrebbe trarti a difficili imprese; ma - credimi; la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia; due quarti alla sorte; e l'altro quarto a' loro delitti. Pur se ti reputi bastevolmente fortunato e crudele per aspirare a questa gloria, pensi tu che i tempi te ne porgano i mezzi? I gemiti di tutte le età, e questo giogo della nostra patria non ti hanno per anco insegnato che non si dee aspettare libertà dallo straniero? Chiunque s'intrica nelle faccende di un paese conquistato non ritrae che il pubblico danno, e la propria infamia. Quando e doveri e diritti stanno su la punta della spada, il forte scrive le leggi col sangue e pretende il sacrificio della virtù. E allora? avrai tu la fama e il valore di Annibale che profugo cercava per l'universo un nemico al popolo Romano? - Né ti

sarà dato di essere giusto impunemente. Un giovine dritto e bollente di cuore, ma povero di ricchezze, ed incauto d'ingegno quale sei tu, sarà sempre o l'ordigno del fazioso, o la vittima del potente. E dove tu nelle pubbliche cose possa preservarti incontaminato dalla comune bruttura, oh! tu sarai altamente laudato; ma spento poscia dal pugnale

notturno della calunnia; la tua prigione sarà abbandonata da' tuoi amici, e il tuo sepolcro degnato appena di un secreto sospiro. - Ma poniamo che tu superando e la prepotenza degli stranieri e la malignità de' tuoi concittadini e la corruzione de' tempi, potessi aspirare al tuo intento; di'? spargerai tutto il sangue col quale conviene nutrire una nascente repubblica? arderai le tue case con le faci della guerra civile? unirai col terrore i partiti? spegnerai con la morte le opinioni? adeguerai con le stragi le fortune? ma se tu cadi tra via, vediti esecrato dagli uni come demagogo, dagli altri come tiranno.

Gli amori della moltitudine sono brevi ed infausti; giudica, più che dall'intento, dalla fortuna; chiama virtù il delitto utile, e scelleraggine l'onestà che le pare dannosa; e per avere i suoi plausi, conviene o atterrirla, o ingrassarla, e ingannarla sempre. E ciò sia.

Potrai tu allora inorgoglito dalla sterminata fortuna reprimere in te la libidine del supremo potere che ti sarà fomentata e dal sentimento della tua superiorità, e della conoscenza del comune avvilimento? I mortali sono naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi. Intento tu allora a puntellare il tuo trono, di filosofo saresti fatto tiranno; e per pochi anni di possanza e di tremore, avresti perduta la tua pace, e confuso il tuo nome fra la immensa turba dei despoti. - Ti avanza ancora un seggio fra' capitani; il quale si afferra per mezzo di un ardire feroce, di una avidità che rapisce per profondere, e spesso di una viltà per cui si lambe la mano che t'aita a salire. Ma - o figliuolo! l'umanità geme al nascere di un conquistatore; e non ha per conforto se non

la speranza di sorridere su la sua bara. - Tacque - ed io dopo lunghissimo silenzio esclamai: O Cocceo Nerva! tu almeno sapevi morire incontaminato 17. - Il vecchio mi guardò - Se tu né speri, né temi fuori

di questo mondo - e mi stringeva la mano - ma io! - Alzò gli occhi al Cielo, e quella severa sua fisionomia si raddolciva di soave conforto, come s'ei lassù contemplasse tutte le tue speranze. - Intesi un calpestio che s'avanzava verso di noi; e poi travidi gente fra' tiglj; ci rizzammo; e l'accompagnai sino alle sue stanze.