03 · La nuova immagine del mondo

Il tiranno fuori di noi, il dominio dentro di noi

Il problema non è soltanto il cattivo sovrano

Se un principe fosse generoso, colto e capace di riformare lo Stato, i suoi sudditi sarebbero per questo liberi? Alfieri risponde spostando l’attenzione dal carattere personale alla struttura del potere. Un governante resta tirannico quando può creare, modificare, sospendere o violare le leggi senza temere conseguenze. La libertà non dipende allora dal numero delle crudeltà effettivamente commesse: manca già quando nessuna garanzia protegge dall’eventualità dell’abuso.

Questa definizione permette di riconoscere il dominio anche quando appare mite. Un suddito può vivere tranquillo perché il sovrano non lo perseguita, ma la sua sicurezza rimane concessa, non assicurata da limiti indipendenti dalla volontà di chi comanda. In termini critici moderni possiamo parlare di libertà dal dominio: non essere esposti all’arbitrio altrui. La formula aiuta a leggere Alfieri, purché non gli si attribuisca automaticamente una teoria contemporanea o un programma costituzionale già compiuto.

Come un potere diventa abitudine

La tirannide non vive soltanto della forza del tiranno. Ha bisogno di sostegni, intermediari e comportamenti quotidiani: paura, apparato militare, nobiltà servile, ambizione, corruzione e una religione utilizzata per rendere sacra l’obbedienza. Quest’ultima critica riguarda l’uso politico della religione come strumento di subordinazione; non autorizza a cancellare la complessità del rapporto alfieriano con il sentimento religioso. Il potere si stabilizza quando le persone imparano a considerare naturale ciò che dipende da rapporti storici.

Anche i vantaggi possono rendere docili. Chi riceve sicurezza, lusso o un piccolo favore può preferire la continuità della protezione al rischio dell’autonomia. Per questo Alfieri formula un paradosso provocatorio: una tirannide moderata può addormentare le coscienze più efficacemente di una oppressione evidente. Non ne deriva che la crudeltà sia desiderabile. Il punto è che un dominio poco appariscente può rendere difficile persino nominare la propria dipendenza, mentre l’abuso manifesto la espone agli occhi di tutti.

La libertà come rifiuto della consegna di sé

L’uomo libero si riconosce nella capacità di non consegnare al potere il proprio giudizio. Può perdere favori, posizione e tranquillità, ma non considera questi beni equivalenti alla dignità. L’opposizione alfieriana ha quindi un valore morale prima ancora che istituzionale. L’antitiranno non è necessariamente un governante con un progetto alternativo; può essere una persona che rende visibile, con il proprio rifiuto, l’esistenza di un limite che il tiranno vorrebbe cancellare.

Questa forza comporta però un rischio. Se l’identità dell’eroe dipende interamente dal non cedere, ogni mediazione può apparirgli una capitolazione. La fedeltà a se stesso può trasformarsi in isolamento, incapacità di ascoltare e disprezzo verso chi non possiede la stessa energia. Tiranno e ribelle non diventano per questo identici, ma possono condividere orgoglio, solitudine e volontà assoluta. La tragedia serve anche a mettere alla prova questa somiglianza inquietante: opporsi al dominio non garantisce automaticamente di sapere vivere la libertà insieme agli altri.

Chi governa gli altri sa governare se stesso?

La libertà alfieriana incontra una seconda frontiera quando il conflitto entra nella coscienza. Paura, gelosia, desiderio e vergogna possono dominare un individuo con una forza che non coincide con una costrizione esterna. La volontà necessaria alla resistenza non assicura il controllo completo delle passioni. Un uomo può impartire ordini a tutti e restare incapace di sottrarsi al sospetto; può desiderare sinceramente il bene e produrre sofferenza nel tentativo di difendere se stesso.

Saul rende evidente questo passaggio. Il re teme di perdere il potere e l’elezione divina; ammira Davide, lo ama come genero, ma vede in lui il segno della propria sostituzione. La regalità che dovrebbe renderlo sovrano diventa una prigione. L’immagine del mondo si complica: non basta separare oppressori cattivi e vittime innocenti, perché chi opprime può essere a sua volta dominato. Riconoscere il conflitto interiore non cancella la responsabilità delle azioni; permette di comprenderne la dinamica tragica.

Mirra e il limite della volontà

In Mirra la tirannide politica scompare dal centro della scena. I genitori desiderano la felicità della figlia e il promesso sposo non è un persecutore. A opprimerla è un desiderio incestuoso per il padre, che ella respinge e non riesce a nominare. Non ha compiuto l’incesto: la tragedia riguarda il dolore del desiderio e la resistenza della coscienza, non la punizione di un’azione già avvenuta. Distinguere questi piani è indispensabile per non falsare il personaggio.

La volontà di Mirra tenta di proteggere la dignità propria e della famiglia attraverso il silenzio. Ma il silenzio impedisce agli altri di comprenderla, moltiplica le domande e rende ogni gesto ambiguo. Il mezzo scelto per difendersi contribuisce così alla catastrofe. Alfieri mostra che l’individuo non è trasparente a se stesso e non dispone liberamente di tutto ciò che prova. L’energia morale resta necessaria, ma incontra un limite: non ogni conflitto può essere sciolto attraverso un comando impartito alla propria interiorità.

Una forza morale, un problema politico aperto

L’immagine alfieriana dell’uomo tiene insieme esigenza di autonomia e fragilità del controllo. Il soggetto ideale rifiuta l’arbitrio, disciplina se stesso e difende la parola; le tragedie mostrano però quanto sia difficile mantenere questi obiettivi senza precipitare nell’assoluto. La libertà non appare come un possesso tranquillo, ma come una tensione continuamente minacciata. La solitudine ne protegge talvolta l’integrità e nello stesso tempo può renderla sterile o distruttiva.

Resta inoltre aperta la questione delle istituzioni. Alfieri è molto incisivo nel denunciare la servitù e meno preciso nel descrivere le pratiche collettive con cui costruire un ordine libero. La sua fiducia si concentra su individui eccezionali, non sulla partecipazione ordinaria dei cittadini. È dunque un autore radicalmente antitirannico, ma non un teorico della democrazia moderna. Questa distinzione evita sia di impoverirne la grandezza sia di attribuirgli ciò che non elabora. La poetica tragica nasce proprio qui: dare forma allo scontro senza nasconderne il prezzo e le contraddizioni.