02 · Le fratture e la scelta

Viaggiare, studiare, separarsi: diventare lo scrittore che ancora non si è

Un’educazione da rifare

Alfieri nasce ad Asti il 16 gennaio 1749. Perde il padre ancora bambino, ma non entrambi i genitori: la madre vive fino al 1792. Questa precisazione ricorda che la biografia va ricostruita attraverso documenti, senza trasformare ogni dolore in una spiegazione immediata dell’opera. Nel 1758 entra nella Reale Accademia di Torino, destinata alla formazione dei giovani nobili, e vi rimane fino al 1766. L’istituzione lo prepara a un posto nell’ordine esistente, non alla futura scelta tragica.

Nella Vita, scritta molti anni dopo, Alfieri giudicherà duramente quell’educazione. Il narratore maturo rappresenta gli studi giovanili come insufficienti e meccanici, contrapponendoli al lavoro volontario che seguirà. Il giudizio è importante, ma non neutrale: permette all’autore di raccontare se stesso come qualcuno che ha dovuto ricominciare. La prima frattura riguarda dunque il rapporto con un’identità ricevuta, che non basta più a dare una direzione alla sua vita.

L’Europa attraversata senza trovare quiete

Fra il 1767 e il 1772 Alfieri percorre gran parte dell’Europa. Viaggia attraverso paesi, corti e sistemi politici differenti, osservando privilegi, comportamenti e forme dell’autorità. Nella successiva ricostruzione autobiografica dominano però il movimento impaziente, le partenze, gli amori e un’inquietudine che nessun luogo riesce a risolvere. Il viaggio non è ancora un programma ordinato di studio: mostra un’energia che cerca il proprio oggetto.

Il confronto politico lascia comunque tracce decisive. Alcuni aspetti della vita inglese gli appaiono preferibili alla subordinazione delle corti assolutistiche; il prestigio culturale dei sovrani non basta a cancellare l’avversione per il dispotismo. L’esperienza non produce una formula valida per tutti i governi, ma rafforza la domanda sulla distanza fra libertà proclamata e dipendenza reale. Intanto l’uso del francese e l’incontro con culture diverse rendono più evidente il problema di una voce letteraria propria: appartenere a molti luoghi non significa ancora sapere da quale lingua parlare.

Il 1775: il successo che rivela un’insufficienza

Nel 1775 Alfieri fa rappresentare a Torino Antonio e Cleopatra, una prima tragedia che in seguito ripudierà. L’esperienza possiede un significato decisivo: non gli consegna una competenza già raggiunta, ma gli mostra quanto lavoro occorra per diventare l’autore che desidera essere. La vocazione nasce come decisione di formarsi, non come attestazione di un talento sufficiente a se stesso. La tragedia offre finalmente una direzione alla sua energia.

Seguono studio dei classici, esercizio linguistico e soggiorni in Toscana. Alfieri legge Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso, lavora sulla memoria e sottopone la propria scrittura a revisioni severe. Vuole conquistare un italiano letterario che non possiede spontaneamente. Il celebre «volli, e volli sempre, e fortissimamente volli», formulato nella lettera a Ranieri de’ Calzabigi del 1783, esprime questa disciplina della volontà. Non è una formula tratta dalla Vita né una promessa che basti desiderare il successo: indica la durata di uno sforzo contro inerzia e dispersione.

Affetti e condizioni materiali dell’autonomia

Nel 1777 Alfieri incontra a Firenze Luisa Stolberg-Gedern, contessa d’Albany. Il rapporto diventa un legame duraturo, importante nella sua vita affettiva e nei suoi spostamenti. Non occorre trasformarlo nella causa segreta di ogni tragedia: le opere elaborano fonti, forme e conflitti che non si lasciano ridurre a un singolo episodio personale. L’incontro mostra piuttosto che la ricerca dell’indipendenza convive con relazioni profonde, responsabilità e bisogni di stabilità.

Nel 1778 cede alla sorella Giulia i beni feudali piemontesi in cambio di una rendita. Il gesto riduce i vincoli che lo legano al re di Sardegna come proprietario feudale e rende concreta la scelta di autonomia. Non rinuncia quindi a ogni mezzo economico: organizza diversamente le proprie risorse. La distinzione è essenziale, perché la libertà dello scrittore non vive soltanto nelle dichiarazioni. Richiede tempo, denaro e condizioni che permettano di non attendere quotidianamente il favore di un protettore.

La Rivoluzione: speranza, sospetto e rifiuto

La Rivoluzione francese apre un’altra frattura. La caduta dei simboli dell’assolutismo può inizialmente apparire coerente con l’aspirazione alla libertà, ma Alfieri non identifica l’abbattimento di un sovrano con la fine di ogni dominio. La violenza, il potere delle fazioni e la pressione collettiva suscitano una crescente avversione. Nel 1792 lascia Parigi con la contessa d’Albany e si stabilisce a Firenze, dove morirà nel 1803.

Da questa esperienza nascerà anche la polemica del Misogallo, rivolta contro la Francia e i francesi con toni spesso generalizzanti. Il passaggio non va raccontato come semplice prova di coerenza o come conversione pacifica a un nuovo programma politico. Rivela una contraddizione: l’odio per l’assolutismo non comporta fiducia nella democrazia e nella mobilitazione popolare. Alfieri difende con forza l’individuo autonomo, ma teme che la collettività imponga un’altra obbedienza. La sua libertà resta difficilmente conciliabile con appartenenze e compromessi.

La Vita: dare una forma al proprio percorso

Alfieri comincia la Vita nel 1790 e la riprende negli ultimi anni. Le quattro epoche, Puerizia, Adolescenza, Giovinezza e Virilità, organizzano il racconto intorno alla conquista della vocazione letteraria. Viaggi, errori, cavalli, passioni e studi non vengono registrati tutti sullo stesso piano: acquistano significato perché il narratore conosce il punto d’arrivo. La formazione appare così come un percorso attraverso il quale l’io diventa capace di governarsi.

Questo non rende l’autobiografia falsa, ma la rende un’opera da interpretare. Una memoria può essere sincera e selettiva insieme; un episodio reale può essere narrato in modo da anticipare il futuro. Il lavoro dello studente consiste nel distinguere il dato, la voce che lo racconta e il significato attribuito dopo. Le fratture biografiche illuminano l’opera senza determinarla meccanicamente: la stessa volontà che ordina gli studi compone anche l’immagine dell’autore. Farsi scrittore significa infine scrivere la storia del proprio diventarlo.