05 · Le opere: libertà alla prova

Dai trattati a Saul e Mirra, dalla scrittura di sé al giudizio sulla storia

Due trattati: riconoscere il dominio, liberare la parola

Della tirannide, composto nel 1777 e successivamente rielaborato, porta al centro il rapporto fra potere e legge. La tirannide non coincide soltanto con la crudeltà: esiste quando chi governa può modificare o infrangere le norme senza incontrare una sanzione efficace. Alfieri ne osserva i sostegni, dalla paura all’ambizione, dall’esercito alla nobiltà servile, fino alla religione trasformata in strumento politico. Il suddito può contribuire alla propria dipendenza quando preferisce i vantaggi dell’obbedienza al rischio del giudizio autonomo.

Il trattato considera anche le possibilità estreme dell’individuo privo di vie istituzionali: sottrarsi, rifiutare favori, conservare un’opposizione morale o giungere a gesti tragici. Sono risposte di una riflessione radicale, non un programma pratico da trasferire meccanicamente nel presente. Del principe e delle lettere, elaborato fra il 1778 e il 1786, sposta l’attenzione sulla cultura. La protezione del potente può acquistare la parola; lo scrittore indipendente può invece educare il giudizio di lettori futuri. Scrivere non equivale quindi a disinteressarsi della realtà: significa agire su un tempo diverso da quello dell’intervento immediato.

Le tragedie politiche: il potere attraversa gli affetti

Nel corpus di diciannove tragedie riconosciuto da Alfieri, esclusa la prima Antonio e Cleopatra, molte vicende mettono direttamente in scena la collisione fra dominio e resistenza. In Filippo l’autorità del sovrano entra nella famiglia e distrugge la possibilità della fiducia; in Antigone l’ordine politico si scontra con un dovere che la protagonista considera irrinunciabile; in Virginia e nei due Bruti il mondo romano offre situazioni nelle quali legge, libertà e sacrificio si intrecciano.

Queste opere non vanno lette come una galleria di esempi semplici, con un tiranno interamente malvagio e un eroe privo di contraddizioni. Il potere deforma le relazioni e costringe i personaggi a scelte che possono colpire anche gli innocenti. L’ambientazione antica o storica permette di rendere visibile il nodo senza disperderlo nella cronaca. Il prezzo della libertà diventa così un problema, non uno slogan: che cosa accade quando la difesa di un principio esige il sacrificio di persone amate?

Saul: un sovrano prigioniero della regalità

Composto nel 1782, Saul rielabora la materia del Primo libro di Samuele. L’azione si concentra nell’accampamento israelita sul monte Gelboè, durante l’ultima giornata del re prima della sconfitta contro i Filistei. Davide torna per combattere con il proprio popolo; Gionata e Micol cercano di ricomporre il rapporto fra il padre e il giovane guerriero. Ma Saul riconosce in Davide sia una forza necessaria sia il segno della propria sostituzione. L’affetto si rovescia continuamente in sospetto.

La grandezza della tragedia consiste nella divisione del protagonista: padre, re, guerriero e uomo che si sente abbandonato da Dio. Davide non ha bisogno di organizzare una congiura per apparire minaccioso; la sua giovinezza e il favore divino bastano a rendere evidente il declino di Saul. Samuele non compare come fantasma in scena: la sua memoria e il giudizio religioso agiscono nelle parole e nella mente del re. Alla notizia della sconfitta e della morte di Gionata, Saul rifiuta la cattura e si uccide. La conclusione gli restituisce una terribile unità, senza cancellare le responsabilità o risolvere il conflitto che lo ha distrutto.

Mirra: il desiderio che non può diventare parola

Ideata nel 1784 e portata alla forma definitiva negli anni successivi, Mirra parte dal decimo libro delle Metamorfosi di Ovidio, ma ne modifica radicalmente il centro. Nel racconto antico l’incesto viene compiuto e segue la trasformazione della protagonista in albero; nella tragedia alfieriana Mirra non ha commesso l’incesto e lotta contro il desiderio per il padre Ciniro. I genitori, Ciniro e Cecri, cercano di aiutarla; Pereo, il promesso sposo, non è un antagonista violento. Manca un tiranno esterno sul quale scaricare ogni responsabilità.

Il conflitto si sviluppa attraverso il silenzio. Mirra tenta di proteggere se stessa e la famiglia, ma ogni risposta incompleta produce nuove incomprensioni. Il matrimonio fallisce, Pereo muore e il colloquio conclusivo con il padre porta alla rivelazione spezzata del segreto. Mirra si ferisce mortalmente con la spada di Ciniro: la confessione coincide con la catastrofe. La tragedia costringe a distinguere desiderio, scelta e azione. La volontà morale della protagonista è intensa, ma non riesce né a cancellare ciò che prova né a trovare una parola che la renda comprensibile agli altri.

Rime e Vita: costruire il volto dell’autore

Nelle Rime, soprattutto attraverso la forma del sonetto, Alfieri costruisce un autoritratto inquieto. Amore, lontananza, fierezza e paesaggi solitari dialogano con la tradizione petrarchesca, ma producono un tono spesso aspro. Selve, rocce e luoghi deserti non sono soltanto sfondi: entrano in rapporto con l’energia del soggetto. Il sonetto che inizia «Tacito orror di solitaria selva» permette di osservare come la solitudine naturale possa corrispondere a una condizione interiore. La forma tradizionale contiene una sensibilità vicina al sublime.

La Vita, iniziata nel 1790, ripresa fino agli ultimi anni e pubblicata postuma dal 1806, dà una forma narrativa alla stessa esigenza di autorappresentazione. Le quattro epoche conducono dalla Puerizia alla Virilità, facendo della vocazione il punto che ordina retrospettivamente gli eventi. Il narratore può giudicarsi con ironia e severità mentre costruisce la propria coerenza. Il testo è quindi prezioso sia per ciò che racconta sia per il modo in cui seleziona e interpreta: una vita scritta non coincide mai con la semplice somma degli eventi vissuti.

Misogallo: il limite di un’eredità libertaria

Il Misogallo raccoglie prose e versi polemici elaborati negli anni della delusione rivoluzionaria. Il titolo indica l’odio verso i Galli, cioè i francesi, e annuncia una posizione che non si esaurisce nella critica di singole decisioni politiche. Alfieri denuncia nuove forme di oppressione e l’espansionismo francese, ma ricorre anche a generalizzazioni nazionali e a un’aggressività che devono essere riconosciute criticamente, senza assolverle attraverso la sola etichetta di poeta della libertà.

L’opera completa così un percorso pieno di tensioni. Nei trattati la libertà è indipendenza dal potere; nelle tragedie è scelta che mette a rischio affetti e identità; nelle Rime e nella Vita è costruzione di una voce; nel Misogallo mostra il pericolo di irrigidirsi in rifiuto collettivo. Leggere insieme questi generi impedisce di ridurre Alfieri a un motto sulla volontà. La domanda resta aperta: come difendere l’autonomia senza trasformare il proprio bisogno di libertà in incapacità di riconoscere gli altri?