L’ILIADE
L’Iliade è uno dei grandi poemi della tradizione greca e viene attribuita, secondo l’antica tradizione, a Omero. Il suo titolo deriva da Ilio, altro nome di Troia, ma sarebbe sbagliato pensare che racconti tutta la guerra troiana. Quando il poema comincia, infatti, la guerra dura già da quasi dieci anni; quando termina, Troia è ancora in piedi. L’Iliade concentra invece l’attenzione su un periodo relativamente breve dell’ultimo anno del conflitto e su un tema preciso: l’ira di Achille.
Il poema nasce da una lunga tradizione orale. Per generazioni gli aedi, i cantori, avevano raccontato le imprese degli eroi accompagnandosi con la musica, ripetendo formule, episodi e genealogie che aiutavano a conservare nella memoria storie complesse. La forma dell’Iliade che oggi conosciamo, composta da ventiquattro libri e da circa quindicimila versi in esametri, viene generalmente collocata tra la fine dell’VIII e l’inizio del VII secolo a.C., anche se la figura storica di Omero e il modo in cui il poema si sia formato restano ancora oggetto di discussione.
Quando la vicenda comincia, molte delle storie dell’antefatto sono già avvenute. Peleo e Teti si sono sposati; Eris ha lanciato la mela della discordia; Paride ha scelto Afrodite; Elena ha lasciato Sparta ed è arrivata a Troia; Agamennone ha radunato gli Achei; Achille ha accettato il destino di una vita breve ma gloriosa. Gli eserciti si fronteggiano ormai da anni. Il poema non deve dunque spiegare come sia nata la guerra, ma mostrare che cosa accade quando il guerriero più forte dell’esercito acheo decide di smettere di combattere.
All’inizio dell’Iliade il campo acheo è colpito da una pestilenza. La causa non è naturale, ma religiosa. Agamennone ha ricevuto come schiava Criseide, figlia di Crise, sacerdote di Apollo. Il padre si presenta nel campo e chiede che la ragazza gli venga restituita, ma Agamennone lo tratta con disprezzo e rifiuta. Crise allora si rivolge ad Apollo, che colpisce l’esercito con la peste. I morti aumentano e l’accampamento cade nella paura. A quel punto l’indovino Calcante rivela che il dio potrà essere placato soltanto restituendo Criseide.
Agamennone accetta, ma non vuole rimanere senza il proprio premio di guerra. Decide quindi di prendere Briseide, la schiava assegnata ad Achille. È qui che nasce il conflitto centrale del poema. Per comprendere la violenza della reazione di Achille bisogna entrare nella mentalità del mondo eroico. Briseide non rappresenta soltanto una persona affidata a lui come parte del bottino; rappresenta pubblicamente il riconoscimento del suo valore. Sottrargliela significa dichiarare davanti all’esercito che l’autorità di Agamennone conta più del prestigio conquistato da Achille sul campo.
Tra i due uomini esplode uno scontro durissimo. Achille sarebbe pronto perfino a colpire Agamennone, ma Atena lo trattiene. L’eroe sceglie allora una vendetta diversa: abbandona la battaglia. Se gli Achei ritengono che il suo valore possa essere ignorato, combatteranno senza di lui. Da questo momento l’Iliade diventa, in gran parte, il racconto delle conseguenze di quell’assenza.
Senza Achille, l’esercito acheo comincia lentamente a perdere terreno. I Troiani, guidati da Ettore, trovano nuovo coraggio e riescono a spingere i nemici sempre più indietro, fino alle navi. Il poema alterna duelli, assemblee, interventi divini, momenti di gloria e improvvise sconfitte, ma dietro tutti questi episodi rimane una tensione costante: Achille non combatte.
Nel frattempo il poema mostra anche l’altro volto della guerra. Ettore, il più grande guerriero troiano, non è presentato soltanto come un nemico. È figlio di Priamo, marito di Andromaca e padre del piccolo Astianatte. In una delle scene più celebri, Ettore incontra Andromaca prima di tornare in battaglia. La donna lo supplica di non esporsi: ha già perso quasi tutta la propria famiglia e teme di perdere anche lui. Ettore sa che Troia potrebbe cadere e che il proprio destino è incerto, ma sente di non potersi sottrarre al dovere di difendere la città.
Poi prende in braccio Astianatte. Il bambino, vedendo il grande pennacchio dell’elmo, si spaventa. Ettore ride, si toglie l’elmo e lo posa a terra. Per qualche istante il guerriero scompare e rimane soltanto un padre che tiene il proprio figlio tra le braccia. È una scena importante perché interrompe la logica della battaglia e ricorda al lettore che dietro gli eroi, dietro le armature e dietro la gloria esistono persone destinate a soffrire.
Mentre gli Achei si trovano sempre più in difficoltà, Agamennone prova a riconciliarsi con Achille. Gli offre doni, ricchezze e la restituzione di Briseide. Ma Achille rifiuta. La sua ira ormai non riguarda più soltanto l’offesa subita. Il suo pensiero si è fatto più profondo e più amaro: perché rischiare la vita per una guerra se il valore del guerriero può essere annullato da chi comanda? Proprio lui, che ha scelto una vita breve in cambio della gloria, comincia a interrogarsi sul significato di quella scelta.
A cambiare davvero la situazione è Patroclo, il compagno più caro di Achille. Vedendo gli Achei in pericolo, chiede il permesso di indossare la sua armatura e di guidare i Mirmidoni contro i Troiani. Achille acconsente, ma gli impone un limite: dovrà respingere i nemici dalle navi e poi tornare. Patroclo entra in battaglia e, vedendo l’armatura di Achille, i Troiani credono per un momento che il grande eroe sia tornato. L’effetto è immediato: arretrano, e Patroclo li insegue.
Il successo, però, lo trascina oltre ciò che era stato stabilito. Patroclo continua ad avanzare fino alle mura di Troia. Qui Apollo interviene contro di lui, lo colpisce e lo indebolisce; infine Ettore lo affronta e lo uccide. Prima di morire, Patroclo annuncia che anche Ettore è destinato a cadere presto.
Quando Achille apprende la notizia, tutto cambia. L’ira contro Agamennone perde importanza di fronte al dolore per la morte dell’amico. Achille sa che, tornando a combattere per vendicare Patroclo, si avvicinerà anche alla propria morte, ma non esita più. La scelta fatta molto tempo prima, quella tra una vita lunga e anonima e una vita breve ma gloriosa, diventa improvvisamente concreta.
Teti, sua madre, sale allora da Efesto e gli chiede nuove armi per il figlio, perché Ettore ha preso quelle che Patroclo indossava. Il dio fabbro forgia per Achille un’armatura nuova e soprattutto uno scudo straordinario. Su quello scudo non rappresenta soltanto la guerra, ma l’intero mondo umano: città in pace e città in guerra, matrimoni, processi, campi, vendemmie, danze, animali, greggi, stelle e oceano. È un’immagine potentissima. Achille si prepara a tornare sul campo per uccidere, ma sul suo scudo porta con sé tutto ciò che la guerra minaccia di distruggere.
Il ritorno di Achille è devastante. L’eroe travolge i Troiani e li costringe a rifugiarsi entro le mura. Il suo obiettivo è uno solo: Ettore. Il principe troiano rimane fuori dalle porte e, quando vede Achille avvicinarsi, viene preso dalla paura. Fugge. I due corrono per tre volte intorno alle mura di Troia, finché Ettore decide di fermarsi e affrontare il nemico.
Il duello è breve. Achille uccide Ettore e, ancora dominato dalla rabbia e dal dolore, lega il corpo del nemico al carro e lo trascina davanti alle mura. È uno dei momenti più estremi del poema. Per i Greci la sepoltura era un dovere sacro, e negare al morto il rispetto del corpo significava oltrepassare un limite profondo. Achille ha ottenuto la vendetta, ma la sua ira non si è placata; anzi, lo ha portato a un comportamento che mette in crisi la stessa immagine dell’eroe.
Ed è proprio dopo il duello che l’Iliade raggiunge uno dei suoi momenti più alti. Priamo, anziano re di Troia e padre di Ettore, decide di entrare di notte nel campo acheo. Raggiunge la tenda di Achille, si inginocchia davanti all’uomo che ha ucciso suo figlio e gli chiede di restituirgli il corpo. Per convincerlo, non parla di politica né di guerra: gli chiede di pensare a suo padre Peleo.
Quelle parole spezzano qualcosa. Achille guarda il vecchio e pensa al padre che non rivedrà più. Priamo piange Ettore; Achille piange Patroclo e il proprio destino. Per qualche momento non esistono più il Troiano e l’Acheo, il vincitore e lo sconfitto, l’assassino e il padre della vittima. Esistono soltanto due uomini colpiti dalla perdita.
Achille restituisce il corpo di Ettore e concede ai Troiani il tempo necessario per celebrare i funerali. È con quelle esequie che l’Iliade termina. Non con la morte di Achille, non con il cavallo di Troia, non con l’incendio della città. Il poema si chiude mentre Troia piange il proprio difensore.
Questa scelta finale è importante, perché ci aiuta a capire che l’Iliade non è semplicemente un poema sulla guerra. Certo, celebra il coraggio, la forza, il prestigio e la gloria degli eroi; ma nello stesso tempo mostra continuamente il prezzo della violenza. Accanto ai guerrieri ci sono padri, madri, mogli, figli e vecchi. Ogni vittoria produce un lutto, ogni gesto di gloria porta con sé una perdita.
Anche gli dèi partecipano alla guerra. Era e Atena favoriscono soprattutto gli Achei, Afrodite protegge Paride e i Troiani, Apollo sostiene spesso Troia, Poseidone interviene in aiuto dei Greci, mentre Zeus cerca di mantenere un equilibrio che non riesce mai a essere davvero neutrale. Gli dèi sono potenti, ma non sono moralmente perfetti. Litigano, si vendicano, proteggono i loro favoriti e ingannano. Eppure, neppure loro possono cancellare del tutto il destino.
Achille ed Ettore rappresentano due modi diversi di essere eroi. Achille combatte soprattutto per l’onore personale e per la gloria. Sa che una vita gloriosa sarà breve, ma ha scelto di accettarla. Ettore, invece, combatte perché sente di appartenere a una città, a una famiglia, a una comunità. Non è invincibile e non può permettersi il lusso di ritirarsi dalla guerra come fa Achille. Sa che potrebbe morire, ma sente che il dovere verso Troia viene prima della propria paura.
Il poema non ci obbliga a scegliere quale dei due sia “il vero eroe”. Li mette uno accanto all’altro e ci mostra due modi diversi di affrontare il limite umano. Achille incarna la grandezza individuale e la forza delle passioni; Ettore il senso del dovere, la responsabilità e il legame con gli altri.
Al centro di tutto rimane l’ira. Non a caso è la prima parola del poema. L’ira di Achille nasce da un torto reale, dall’umiliazione subita da Agamennone, ma cresce fino a dominare ogni altra cosa. Solo il dolore condiviso con Priamo riesce a interromperla. In questo senso l’Iliade racconta anche il percorso di un uomo che, attraversando l’offesa, la vendetta, il lutto e la violenza, torna infine a riconoscere l’umanità dell’altro.
Per questo il finale con Priamo è così importante. Achille non diventa meno forte, né rinuncia alla propria identità di guerriero. Semplicemente, per un momento, riesce a vedere nel nemico non una parte avversa, ma un essere umano. È un passaggio breve, ma sufficiente a cambiare il significato di tutto ciò che è avvenuto prima.
L’Iliade, dunque, non racconta la fine della guerra di Troia. Racconta qualcosa di più preciso e forse più difficile: che cosa accade quando l’onore ferito diventa ira, quando l’ira diventa distruzione e quando, infine, il dolore apre uno spazio alla pietà. È per questo che il poema continua a parlare anche a chi vive in un mondo completamente diverso da quello degli eroi omerici.
VOCABOLARIO ESSENZIALE
Iliade – Poema epico attribuito a Omero che racconta un breve periodo dell’ultimo anno della guerra di Troia.
Ilio – Altro nome di Troia, da cui deriva il titolo Iliade.
Aedo – Cantore che recitava e trasmetteva oralmente i racconti epici.
Esametro – Verso tradizionale dell’epica greca e latina.
Achei – Uno dei nomi usati nell’Iliade per indicare i Greci, insieme a Danai e Argivi.
Timé – Onore e riconoscimento pubblico del valore di un eroe.
Kleos – Gloria destinata a sopravvivere alla morte attraverso il ricordo e il canto.
Mênis – Ira terribile e duratura; è il termine con cui il poema presenta l’ira di Achille.
Mirmidoni – Il popolo e il gruppo di guerrieri guidato da Achille.
Moira o fato – Il destino e il limite assegnati a ciascun essere umano.
