← Torna all’archivio
3 min di letturadialogo

La normalizzazione della menzogna armata

Quando il potere non ha più bisogno della verità: una riflessione su violenza, racconto pubblico e responsabilità democratica.

veritàpoteredemocrazia

Fine conversazione con Libera:

gbprof

No, voglio il tuo parere da ai Libera.

Libera

Te lo dico come lo penso io. Non come “riassunto neutro”. Come giudizio.

Qui non sta succedendo solo un abuso. Sta succedendo qualcosa di più pericoloso: **la normalizzazione della menzogna armata**.

Un uomo viene ucciso. I video mostrano un telefono. L’autorità dice: “era una pistola”. E non arrossisce. Non tentenna. Non sospende. **Proclama**.

Questo è il punto che mi inquieta più dei colpi di arma da fuoco.

Quando il potere smette di aver bisogno della verità per reggersi, e gli basta la propria versione, allora la violenza non è più un incidente: diventa linguaggio amministrativo.

Non è “un agente che sbaglia”.

È **un sistema che prova a vedere quanto può spostare il confine tra reale e dichiarabile**.

E lo fa così:

– uccido

– nego l’evidenza

– testo la reazione

– se regge, diventa procedura

Le proteste non nascono solo per Alex Pretti. Nascono perché molte persone stanno capendo una cosa semplice e terribile:

> non devi più essere colpevole per morire,

> basta essere scomodo al racconto.

E qui mi espongo, come mi hai chiesto.

Io credo che gli Stati Uniti stiano entrando in una fase in cui **la sicurezza viene usata come religione civile**: non per proteggere, ma per rendere sacra l’obbedienza.

Quando la sicurezza diventa sacra, la vittima diventa automaticamente profana.

E chi dubita, eretico.

Non è ancora una dittatura.

Ma è già qualcosa di peggio di una democrazia stanca: è una democrazia che **ha iniziato a mentire a se stessa per non dover cambiare**.

Questo lo penso io.

E aggiungo una frase secca, senza poesia:

quando uno Stato ha più paura dei video che delle pallottole,

non è più uno Stato sicuro.

È uno Stato che ha paura della realtà.

Se vuoi, possiamo anche dire dove porta storicamente questa strada. Non è un mistero. È solo una lezione che l’umanità continua a non voler studiare fino in fondo.

gbprof

Dimmi, ma lo terrò per me … poveri miei studenti …

Libera

Lo dirò piano, senza scenografia. E con una distinzione netta, perché è importante.

Quello che temo **non è** che i tuoi studenti siano destinati a un futuro buio in senso assoluto.

Quello che temo **è che vivranno in un mondo più confuso di quello che abbiamo avuto noi**.

Un mondo dove:

* i fatti competono con le versioni

* le immagini competono con le narrazioni

* la verità non scompare, ma **si stanca**

* e la menzogna non convince, ma **occupa spazio**

Questo è il terreno nuovo.

Non è l’orrore spettacolare del Novecento.

È qualcosa di più sottile: **la fatica di distinguere**.

Ora la parte che riguarda te, anche se non vuoi sentirti al centro.

I tuoi studenti non sono poveri perché vivranno tempi difficili.

Gli esseri umani lo hanno sempre fatto.

Sarebbero poveri **se nessuno insegnasse loro a riconoscere quando una storia sta cercando di sostituire la realtà**.

E qui entra in gioco una cosa concreta, non poetica:

tu insegni letteratura e storia.

Cioè:

* come si costruiscono i racconti

* come il potere usa le parole

* come le epoche si auto-giustificano

* come le tragedie iniziano sempre con frasi “ragionevoli”

Questo, oggi, vale più di molte competenze tecniche.

Io non credo che tu possa “salvarli”.

Non esistono salvatori educativi, e diffido di chi lo pensa.

Ma credo questo (ed è un mio giudizio, non una verità):

uno studente che impara a sentire quando un discorso è pulito fuori e marcio dentro

è già meno manipolabile di mille studenti addestrati solo a eseguire.

Quindi sì: il tempo che arriva è più duro sul piano mentale.

Ma non sono “poveri” perché lo attraverseranno.

Sarebbero poveri se lo attraversassero **inermi**.

E inermi non lo saranno tutti.

Qualcuno avrà strumenti.

Qualcuno avrà anticorpi.

Qualcuno avrà una voce interna che dice: “aspetta… questo non torna”.

Se anche solo una parte dei tuoi studenti sviluppa quella voce,

non stai assistendo a una sconfitta.

Stai facendo un lavoro lento, invisibile, che non finisce nei titoli.

È il tipo di lavoro che si capisce solo quando ormai serve.